Inspire a Generation: volontaria alle Olimpiadi di Londra 2012




Quando nella cerimonia di chiusura, Jacques Rogge ha ringraziato i volontari che hanno preso parte ai Giochi Olimpici di Londra 2012, ho provato un grande orgoglio. Sì, perché tra quei 70.000 volontari provenienti da tutte le parti del mondo c'ero anche io. Quella per le Olimpiadi è una vera e propria passione, tanto che nel 2004 avevo già lavorato ad Atene. Sin da da bambina sognavo di prendere parte a questo evento, ma non pensavo che si potesse davvero lavorare per i Giochi Olimpici da esterni. Un giorno, mi è capitato sotto mano un articolo dove si parlava di come diventare volontari alle Olimpiadi di Atene 2004; inviai la domanda quasi per gioco: la vedevo come una cosa talmente grande ed importante che credevo non ci potesse essere neppure la più minima possibilità che mi chiamassero. Invece.... Quella esperienza fu talmente bella che non appena ho saputo che le Olimpiadi si sarebbero svolte a Londra mi sono messa subito in moto per inviare la mia candidatura. In realtà mi sarebbe piaciuto andare anche a Pechino, ma era davvero troppo distante e non avrei potuto prendere parte ai meeting di preparazione. Eh sì: l'iter di selezione è lungo e prevede anche una serie di incontri obbligatori dove ad ogni volontario vengono attributi il proprio compito e la propria area.

Avendo già avuto esperienza nella pallavolo –nel passato ho infatti dato una mano all'ufficio stampa della Robur Volley Pesaro – mi hanno assegnato proprio un incarico nel mio sport preferito. Ero nella così detta “zona mista”, ovvero nel serpentone dove i giocatori e le giocatrici passano dopo la partita per incontrare la stampa internazionale. Il mio ruolo prevedeva che fermassi gli atleti quando un giornalista doveva effettuare un'intervista e che aiutassi con le traduzioni. Oltre ai volontari c'erano comunque dei veri e propri traduttori perché a volte c'erano situazioni in cui si dovevano fare più traduzioni in contemporanea. Il mio debutto di fuoco, proprio il primo giorno, l'ho avuto con Simona Gioli. Essendo una persona molto timida di natura, l'idea di dover tradurre le parole di una grande giocatrice come Simona mi metteva un po' di soggezione, soprattutto perché non la conoscevo molto bene. Tutto è poi è andato per il meglio e Simona alla fine mi ha persino ringraziata.

Di momenti da ricordare ce ne sarebbero tanti. Il più simpatico è legato a Zé Roberto che durante un'intervista in portoghese – che poi lui mi ha personalmente tradotto - ha raccontato che a Barcellona, quando la nazionale maschile brasiliana vinse l'oro, aveva incontrato un ragazzo con la gobba e la stessa cosa gli è successa a Londra, con il medesimo risultato; “mi ha portato fortuna”, mi ha detto sorridendo. Le parole che invece ho apprezzato di più sono state quelle di coach Berruto, che dopo la sconfitta contro il Brasile ha detto queste parole alla stampa italiana: “non è importante quante volte si cade; l'importante è rialzarsi”. Due giorni dopo l'Italia avrebbe conquistato la medaglia di bronzo battendo la Bulgaria. L'idea di non arrendersi mai e di lottare mi è sembrata un pensiero molto bello.

Ma il momento che mi porterò per sempre nel cuore è stato l'abbraccio con Carolina Costagrande. Lei era l'unica giocatrice della nostra nazionale che conoscevo di persona dai tempi di Pesaro e con la quale ho un bel rapporto di amicizia. Sapeva che sarei stata a Londra e quindi mi è venuta subito a salutare i primi giorni. Vedere una persona che conosci in campo per le Olimpiadi è un'emozione davvero grande: per me non era una semplice giocatrice, ma una persona speciale e quindi, anche se non potevo, sotto sotto facevo il tifo per lei. Dopo la sconfitta con la Corea è bastato uno sguardo per capire i sentimenti che ciascuna di noi stava provando e senza dirci niente ci siamo abbracciate. Anche il mio responsabile si è reso conto di quanto sia straordinaria Carolina. Basta pensare che dopo una partita, mentre stava parlando con i suoi genitori, un gruppo di tifosi l'ha avvicinata e lei ha firmato autografi e fatto foto con tutti prima di essere richiamata fuori dal campo per esigenze organizzative. Durante le Olimpiadi è difficile vedere atleti che si trattengono con i tifosi e quindi il modo di fare di Carolina aveva colpito particolarmente il mio responsabile.

Inoltre, non è per niente facile avvicinare gli atleti in generale durante manifestazioni come queste: nel momento in cui si inizia a lavorare tutto il materiale interno organizzazione non può essere divulgato, foto incluse. La prima cosa che ci è stata infatti detta e più volte ripetuta è che bisognava rispettare l'attività degli atleti: loro sono lì per l'evento più importante della loro carriera e non devono essere disturbati. Naturalmente, tutti cercavamo una possibilità per raggiungere i propri beniamini e sinceramente da parte loro c'era tantissima disponibilità. Mente stavo traducendo in inglese per un giocatore, per esempio, un ragazzo dello staff inglese ha cercato di fare la foto con Aquiline e lei si è prestata volentieri agli scatti anche con altri ragazzi. Come volevano le regole non ho fatto le foto negli interni, ma grazie anche alla simpatia e complicità di alcuni giocatori italiani sono riuscita anche io ad avere qualche foto ricordo. L'unico rammarico è che l'Italia femminile non si sia aggiudicata una medaglia. Ma se dai una parte c'era il grande dispiacere per la sconfitta, dall'altro, quello che mi è rimasto è stata la grande professionalità delle nostre ragazze: sapevano di aver perso una partita molto importante, ma hanno risposto a tutte le domande della stampa. Non è facile lasciare delle dichiarazioni dopo un momento così difficile. Ho apprezzato questo dolore composto...ma in verità ero sul punto di piangere tanto ero coinvolta in quella partita.

Mi considero molto fortunata per aver fatto questa esperienza: chiunque ama lo sport desidera partecipare alle Olimpiadi in qualsiasi veste. Non ci sono dubbi, è una bellissima esperienza, non solo dal punto di vista sportivo ma anche umano. In maniera maggiore di quello che avevo visto ad Atene, l'organizzazione di Londra 2012 ha voluto puntare sul concetto del rispetto a 360 gradi: rispetto verso l'ambiente – la raccolta differenziata era davvero ovunque – rispetto per l'altro, per le diverse religioni, per le culture e soprattutto per i diversamente abili. Mi ha colpito moltissimo la scelta del comitato olimpico di coinvolgere persone diversamente abili nello staff. In uno degli incontri c'era persino un traduttore per i sordomuti: non mi era mai capitato di vederne uno in un ambiente internazionale. Il motto delle Olimpiadi di Londra era “Inspire a Generation” e devo ammettere che sotto questo punto di vista per me lo sono state davvero: non avevo mai avuto a che fare con persone diversamente abili e non sapevo davvero come relazionarmi a loro nella giusta maniera. Quello che mi ha insegnato questa olimpiade è che non c'è un modo “speciale” per entrare in contatto con queste persone, ma trattarle nella maniera più diretta, senza “bypassarle” rivolgendosi per esempio agli accompagnatori. A tale proposito penso che il regalo di fine lavoro che ci è stato consegnato abbia un valore immenso. Ad ogni volontario è stato infatti dato il “testimone” della staffetta, un simbolo che secondo me ha una doppia interpretazione: se da un lato vuole indicare l'importanza del lavoro di gruppo e della fiducia negli altri proprio come nella staffetta, per me era anche un invito a trasmettere alle generazioni future i valori dello sport e del rispetto. E io voglio raccogliere l'invito! Questo messaggio è la mia maniera per trasmettere questi valori e, attraverso questi, ispirare più persone possibili. Che dire quindi infine?

Let yourself be inspired by the Olympic values!

Elisa D'Angeli

L'articolo originale è pubblicato sul numero di settembre 2012 su Pallavoliamo.it

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